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Perché mettere l’ intarsio e non fare una semplice otturazione sul molare?

Nicolò P. - Brindisi

(dr. Barattolo) – Nel caso in cui, a causa di una carie a carattere particolarmente distruttivo, vi fosse una perdita eccessiva di sostanza dentale, un’otturazione in materiale composito potrebbe rivelarsi poco indicata; infatti, da un lato vi sono le difficoltà da parte dell’operatore di ricostituire in maniera assolutamente precisa l’anatomia dentale perduta, dall’altro, la cosiddetta “contrazione da polimerizzazione” (un fenomeno correlato alle dimensioni della cavità residua) potrebbe mettere un’otturazione eseguita in queste condizioni a rischio di recidiva. Alla luce di queste considerazioni, l’intarsio, essendo realizzato in laboratorio attraverso procedure che non possono essere eseguite direttamente nella bocca del paziente, rappresenta una valida procedura ed un’ottima alternativa alle otturazioni di grosse dimensioni

L’impianto può essere causa di rigetto da parte dell’organismo?

Maria Francesca A. - Bari

(dr.Luongo) – Assolutamente no! L’impianto è una vite in titanio, materiale anallergico, utilizzato anche in ortopedia per protesi ortopediche, che non causa una reazione da corpo estraneo da parte dell’organismo.

La parodontite si può curare?

Marisa S. - Cosenza

(dr.ssa Musio) – Dalla parodontite si può guarire, sebbene non ci siano farmaci che curano questa malattia.  Lo specialista (parodontologo) prescrive antibiotici solo in fase acuta, quando è presente essudato purulento che può essere più o meno consistente in base alla quantità di batteri presenti sotto gengiva e nel fluido gengivale, fase in cui il paziente è soggetto ad ulteriore perdita di osso. Il parodontologo valuta il livello di gravita’ della malattia da una serie di segni clinici e radiologici. I segni clinici  consistono nella misurazione delle tasche parodontali e nella loro trascrizione su un’apposita cartella parodontale. Normalmente, infatti, il dente e’ circondato da un solco fisiologico, ossia da una profondita’ della gengiva di circa 3 mm. L’aumento di questo valore indica la presenza di una tasca parodontale, ossia della presenza di tartaro sotto gengiva non rimosso e quindi di batteri che provocano la distruzione dell’osso. Per valutare il grado di distruzione di quest’ultimo vengono effettuate delle radiografie endorali in tutti i distretti della bocca e con angolazioni diverse.  La prima fase del trattamento consiste nella rimozione del fattore irritativo locale principale: il tartaro. Questa fase viene gestita dall’igienista che istruisce, in primis, il paziente ad una corretta igiene domiciliare fino ad ottenere dal paziente la sua massima collaborazione. Infatti,  la cura della malattia parodontale passa da una forte motivazione da parte del paziente che deve essere in grado di ridurre l’accumulo di placca e tartaro nella sua bocca tra una seduta di igiene e l’altra. Successivamente, l’igienista provvede alla disgregazione e rimozione di tutti quelli che sono gli stimoli infiammatori presenti nelle tasche parodontali quali placca, tartaro, batteri e tossine. Questa fase in genere consiste in diverse sedute in cui l’igienista, sulla base delle indicazioni del parodontologo, provvede a trattare un settore alla volta della bocca. Il paziente viene rivalutato dopo alcune settimane dal parodontologo che, sulla base di una rivalutazione delle tasche parodontali, decide se il trattamento deve proseguire con interventi chirurgici mirati alla eliminazione del tartaro sottogengivale e, dove indicato, alla rigenerazione dei tessuti parodontali persi. Nel caso le tasche parodontali si siano ridotte o siano scomparse si inserisce il paziente in un programma di mantenimento, che consiste in sedute uniche ogni 3 mesi circa, per tenere sotto controllo i fattori irritativi locali.

 

Il mio dentista mi ha consigliato d’inserire un impianto al posto di un molare mancante. Ma cos’è un impianto?

Grazia B. - Leporano (TA)

(dr. Luongo) – L’impianto dentale è di fatto una radice artificiale, impiegata per sostituire la radice di un dente mancante. Tecnicamente è una vite in titanio,  a forma di cono o cilindro filettati, che viene inserita all’interno dell’osso mascellare. Nell’arco di 3-4 mesi, attraverso un processo di osteointegrazione, l’osso tenderà ad abbracciare l’impianto rendendolo stabile e capace di sopportare i carichi masticatori. Si tratta quindi di vere e proprie radici artificiali  sulle quali si reggeranno i “nuovi denti”. Gli impianti possono sostituire un dente singolo (corona su impianto), un gruppo di denti ravvicinati (ponte su impianti), un’intera arcata dentaria (circolare su impianti), oppure possono servire a stabilizzare una protesi mobile (overdenture).

Ho un dente che mi fa male ed è da devitalizzare. In pratica cosa significa?

Antonello S. - Fasano (BR)

(dr.Barattolo) – Il trattamento endodontico o cura canalare o impropriamente “devitalizzazione” del dente consiste nella rimozione della polpa (nervo dentale) infiammata e infetta, presente all’interno del dente e per tutta la lunghezza delle radici. L’obiettivo è conservare  il dente che ha ricevuto un danno grave della struttura con conseguente infezione e necrosi della polpa. Tecnicamente, la polpa viene sostituita con un’otturazione permanente in guttaperca e cemento canalare, dopo aver opportunamente deterso e sagomato i canali radicolari. Una volta devitalizzato, il dente non sarà più un serbatoio infettivo e, dopo un’adeguata ricostruzione della corona, potrà continuare a svolgere le stesse funzioni di un dente integro. La percentuale di successo di una cura canalare corretta è, in condizioni normali, elevatissima.

Sono incinta; posso ricorrere ad un impianto dentale?

Chiara S. - Terlizzi

(dr.Luongo) – La chirurgia implantare non è consigliabile durante la gravidanza. Il percorso che precede la terapia implantare prevede esami radiografici, l’ortopantomografia di prassi e in taluni casi anche la dentalscan, nonché la prescrizione di terapie antibiotiche e/o antinfiammatorie. E’ opportuno pertanto, programmare un intervento di implantologia dopo la gravidanza.

Quali sono i postumi dell’intervento di implantologia?

Franco L. - Bari

(dr.Luongo) Dipende dal numero di impianti da inserire e dalla difficoltà del caso. Normalmente, dopo l’inserimento di un impianto singolo, non si hanno postumi di rilievo: si può verificare un leggero gonfiore della zona interessata che normalmente va via dopo un paio di giorni. Per interventi più complessi, che richiedono rigenerazione ossea o il posizionamento di molti impianti, si può verificare un edema post-operatorio consistente, con fuoriuscita di un ematoma (livido). L’applicazione di impacchi di ghiaccio nelle ore successive all’intervento e la somministrazione di farmaci anti-edemigeni riduce notevolmente questi postumi che scompaiono nel giro di pochi giorni.

L’intervento d’implantologia è doloroso?

Gabriele S. - Bisceglie

(dr. Luongo) Assolutamente no, il paziente viene adeguatamente anestetizzato con i metodi dell’anestesia locale che impiega mepivacaina, articaina, lidocaina e vasocostrittori aggiungendo eventualmente il protossido d’azoto che aiuta nella sedazione del paziente. In casi estremi, per i pazienti particolarmente ansiosi, è anche possibile far intervenire un anestesista in sede ambulatoriale per una sedazione più profonda. Dopo l’intervento, la somministrazione di farmaci anti-infiammatori, impedirà al paziente di sentire alcun dolore.

I portatori di handicap possono accedere all’intervento di implantologia?

Marco M. - Bari

(dr.Luongo) L’intervento di implantologia presenta le stesse problematiche di qualsiasi altro intervento odontoiatrico, pertanto un ambulatorio privato o una struttura pubblica che sia attrezzata per curare pazienti portatori di handicap potrà facilmente svolgere questa tipologia di intervento. Naturalmente, anche se l’inserimento di impianti in tali pazienti non è controindicato, sta alle capacità del clinico valutare attentamente i rapporti rischi-benefici di un simile trattamento, tenuto conto che il successo a lungo termine degli impianti è strettamente legato alla capacità di mantenere un’elevata igiene orale nel tempo, il che non è sempre facilmente realizzabile nel paziente portatore di handicap.

Quali sono le cause della parodontite?

Alessandra C. - Catanzaro

(dr.ssa Musio) La causa principale della parodontite, nel linguaggio comune detta anche piorrea, è la presenza della placca batterica, ancor più se non viene rimossa per lunghi periodi. Ci sono poi dei fattori aggravanti che possono peggiorare il decorso della malattia quali:

  • una predisposizione ereditaria alla malattia;
  • una cattiva occlusione, ossia il modo di chiudere i denti, che sollecita maggiormente il tessuto parodontale già compromesso, e il loro affollamento che rende più complicate le normali manovre di igiene;
  • La presenza di restauri protesici o otturazioni non eseguite correttamente che determinano l’accumulo di placca tra un dente e l’altro;
  • Il fumo di sigaretta;
  • Il diabete;
  • patologie che riducono le difese immunitarie (HIV, etc.);
  • L’uso di alcuni farmaci che determinano una maggiore fragilità gengivale o che abbassano le difese immunitarie;

La parodontite è ciclica: ci sono periodi di assenza della patologia ed altri in cui i batteri presenti nella placca e nel cavo orale si organizzano e provocano danni con ulteriore distruzione di osso.

Ho fatto delle radiografie di controllo ed è emersa la presenza di granulomi su svariati denti. Mi è stato proposto di estrarli e quindi sostituirli con degli impianti o con dei ponti. È la scelta giusta?

Michele M. - Lecce

(Dr.Barattolo) No, la presenza di uno o più granulomi non rappresenta un’indicazione all’estrazione dei denti, la quale deve essere invece valutata in relazione a diversi fattori; in genere una devitalizzazione (terapia canalare o trattamento endodontico) eseguita nel rispetto dei protocolli terapeutici (come, ad esempio, con l’utilizzo della “diga di gomma”) è in grado di determinare la risoluzione del problema favorendo il riassorbimento del granuloma fino alla sua completa scomparsa. La devitalizzazione consiste nella rimozione della polpa e di tutti i residui di tipo batterico che si trovano all’interno del canale radicolare. Si procede poi alla disinfezione e all’allargamento del canale così da poterlo sigillare con del materiale inerte e termoplastico in modo da evitare che si verifichi una nuova proliferazione batterica.  Poiché i denti sottoposti  a questo tipo di intervento sono molto più fragili dei cosiddetti denti vitali, una volta appurato che il trattamento endodontico sta avendo successo ( la percentuale di riuscita di un intervento di devitalizzazione è estremamente elevata, ma il rischio di complicazioni, ancorché basso, non può essere considerato nullo), può essere consigliabile procedere alla loro protezione tramite rivestimenti protesici quali intarsi, overlay o corone in ceramica prive di metallo che hanno lo scopo di impedire le fratture. . Laddove un precedente trattamento endodontico sia stato eseguito in modo non corretto si può comunque ricorrere al ritrattamento canalare o ad un approccio chirurgico (“Apicectomia con otturazione retrograda”).  Anche una carie molto estesa e profonda oppure un trauma possono essere causa di infiammazioni e/o infezioni della polpa dentaria, spesso impropriamente denominata nervo del dente; in questi casi vi è un’assoluta indicazione al trattamento canalare (devitalizzazione).

Tutti possono inserire un impianto?

Giovanni F. - Bari

(Dr.Luongo) Di fatto tutti i pazienti in buone condizioni di salute e motivati possono affrontare un intervento d’implantologia, indipendentemente dall’età. Dopo un‘accurata visita diagnostica il chirurgo implantologo raccomanderà il trattamento più appropriato al Vs. caso, evidenzierà eventuali controindicazioni mediche e valuterà se gli impianti dentali sono una soluzione perseguibile. Le controindicazioni mediche assolute al posizionamento degli impianti sono:

  • Immunodeficienze
  • Cirrosi epatica
  • Insufficienza renale
  • Neoplasie in atto e pazienti in chemioterapia o sottoposti a terapia radiante nei tre mesi prima dell’intervento di Implantologia dentale.
  • Malattie mentali o gravi disturbi psicologici.
  • Malattie neurologiche gravi (ictus, morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer)
  • Uso di sostanze stupefacenti
  • Assenza di igiene orale

Il chirurgo valuterà invece caso per caso in presenza di controindicazioni relative; tra queste ricordiamo:

  • Diabete grave, controllato con difficoltà anche con l’uso di farmaci
  • Malattie autoimmunitarie (Lupus Eritematoso Sistemico- LES e dell’ARTRITE REUMATOIDE)
  • Epatopatie non in fase acuta (epatite A, B, C etc.)
  • Osteoporosi trattata con bifosfonati
  • Malattie cardiache
  • Disturbi della coagulazione
  • Patologie delle mucose orali (lichen planus, pemfigo, eritema multiforme, stomatite erpetica)

Un aspetto da prendere in considerazione è il fumo: è importante che i pazienti fumatori sappiano che il rischio di insuccesso è molto più elevato che nei pazienti non fumatori sia per l’azione immediata sui processi di guarigione delle ferite subito dopo l’intervento chirurgico, sia per l’azione negativa che il fumo determina a livello della circolazione periferica ( ipossia tissutale ) e quindi dei processi di osteointegrazione.

In commercio si trovano tanti colluttori. Quale consigliate?

Carlo A. - Trani

(dr.ssa Ardito) In commercio ci sono due categorie principali di collutori,  i cosmetici, venduti liberamente ed i collutori presidi medico-chirurgici, venduti prevalentemente in farmacia. Lavare i denti dopo ogni pasto, in associazione all’uso regolare del filo interdentale ed eventualmente dello scovolino significa avere un buon controllo della formazione della placca batterica e quindi, una buona igiene orale. Ciò non esclude l’utilizzo del collutorio ma non lo rende necessario. I collutori cosmetici svolgono un’azione rinfrescante, antiplacca e possono essere utilizzati quotidianamente; i collutori medico-chirurgici svolgono un’azione antibatterica, esplicata dalla clorexidina impiegata dopo chirurgie del cavo orale, trattamenti parodontali o come mantenimento. Gli effetti collaterali, quali formazione di pigmentazioni scure sui denti e  alterazione del gusto , ne limitano l’uso prolungato; motivo per cui si richiede la prescrizione del dentista/igientista.

Quanto dura mediamente un intervento di implantologia?

Carmela R. - Francavilla F.

(dr. Luongo) Normalmente, per edentulie singole e in condizioni anatomiche ideali, l’intervento può durare anche 10-15 minuti. Questo ovviamente dipenderà anche dall’esperienza dell’operatore oltre che dal caso chirurgico in questione. Se invece, si tratta di sostituire tutti i denti di un’ arcata o di rigenerare una cresta ossea atrofica, ovviamente i tempi si allungano, ma restano, mediamente, sempre al di sotto delle due ore.

Mi è stata diagnosticata la parodontite: di cosa si tratta?

Mario C. - Bisceglie

(dr.ssa Musio) La parodontite o malattia parodontale o parodontosi, detta “piorrea” nel gergo comune, è una patologia che colpisce i tessuti di sostegno dei denti (parodonto) e cioè il tessuto molle (gengiva) e il tessuto duro (osso) oltre a tutto ciò che collega il dente all’osso e alla gengiva. Se volessimo paragonare  il nostro dente ad un albero, è come se venissero meno la terra e la pietra che fanno da contenimento alle radice dell’albero, così come la gengiva e l’osso sono da contenimento alla radice del dente. La perdita di tessuto parodontale porta negli stadi iniziali all’infiammazione delle gengive con sanguinamento spontaneo e dolore allo spazzolamento (gengivite), successivamente alla formazione di sacche (tasche parodontali) dove l’accumulo dei batteri e delle loro tossine può portare al sanguinamento e  alla formazione di pus. Lo stadio finale è la distruzione dell’osso che circonda il dente con conseguente mobilità ed il suo spostamento con riduzione della funzione masticatoria.

C’è differenza tra placca e tartaro?

Giulia T. - Triggiano (BA)

(dr.ssa Musio) Il tartaro è l’evoluzione nel tempo della placca batterica che si calcifica a causa dei sali minerali contenuti nella saliva. Questo è il motivo per cui il tartaro si forma maggiormente nella superficie interna degli incisivi inferiori. E’ localizzato proprio lì, infatti, il dotto escretore delle ghiandole sottolinguali.

Il tartaro è una presenza fortemente nociva per denti e gengive, perché la sua superficie è molto porosa e  rappresenta quindi uno strato ideale per ulteriore ristagno e accumulo di placca batterica.

 

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